martedì 6 aprile 2010

Quanto ci cambiano le esperienze?

Contrariamente a quello che ogni tanto mi dicono le persone, non sono bravo con le parole. Perchè dentro ho sempre un gran "minestrone" di pensieri e sensazioni, e a parole proprio non ci riesco a spiegarlo. Mi riesce più facile dare sfogo ai pensieri attraverso foto, racconti, musica e parole ascoltate e captate nell'aria. L'altro giorno, per caso, mi sono imbattuto in questo ed ho pensato che era perfetto per raccontare una piccola parte di quel minestrone
http://www.youtube.com/watch?v=lqK-ZLNSf4w

giovedì 11 febbraio 2010

venerdì 15 gennaio 2010

That's all folks!!

E' con un misto di gioia e di tristezza che mi accingo a scrivere la parola "fine" su questa meravigliosa avventura. Proverò ad essere breve, cosa che non mi è quasi mai riuscita nel corso del viaggio, ma non è facile...non lo è perchè se non è facile riassumere in poche righe intere giornate piene di emozioni, figuratevi come può essere complicato trovare parole adatte a riassumere quello che abbiamo vissuto nelle ultime 3 settimane...
Inizio con una confessione...ho iniziato a sognare un viaggio in Patagonia oltre 2 anni fa, ispirato dai racconti di un amico un pò più grande di me e da alcune letture. Chi mi conosce bene sa che quando mi appassiono a qualcosa, vivo questa passione visceralmente, dando tutto me stesso...così è stato per molti mesi, ho studiato, letto guide e libri, raccolto informazioni, risparmiato tanto, incontrato persone che la Patagonia l'avevano già vista. Quando la possibilità di partire si è concretizzata, la mia "ossessione" è cresciuta a dismisura, tanto che nelle settimane prima della partenza ha iniziato a serpeggiare in me il dubbio che, a causa delle esagerate aspettative, avrei potuto rimanere deluso dalla Patagonia vissuta...mi sbagliavo a temere...nonostante ritenessi di essere molto preparato e consapevole di quello che avrei visto, tutto è stato al di là di ogni possibile immaginazione. Chi viaggiava con me, soprattutto la Simo, può testimoniare quanto i miei occhi hanno sfavillato ogni giorno di gioia e di stupore...
La Patagonia, cilena o argentina che sia, è un giardino dell'eden sotto il dominio totale di Madre Natura e delle sue creature, animali e non. In questa terra l'uomo è un ospite, un corpo estraneo, una macchia...La Patagonia pare lasciarti passare per volontà propria, o sferzarti con i suoi terribili venti quando non ti desidera. A volte si scopre in tutta la sua spudorata bellezza, ricoprendosi di luce abbagliante, a volte si nasconde sotto un manto di nuvole per giorni e giorni. Noi l'abbiamo amata incondizionatamente dal primo giorno, forse per questo con noi è stata magnanima...

Prima della conclusione sento il bisogno di ringraziare un sacco di persone, assolutamente in ordine sparso: ringrazio la mia famiglia, papà, mamma e Fra, che sempre mi è stata vicina e sempre mi ha incoraggiato nonostante tutto (e noi sappiamo quanto il "tutto" sia tanto), gli zii Laura, Paolo e Alice per il tifo assiduo e sfegatato.
Ringrazio ENORMEMENTE i miei compagni di viaggio a partire ovviamente dalla Simo con la quale è stato grandioso condividere questo sogno, passando per la nostra camionista d'assalto Jessica, il meccanico/botanicoamicodellepiante/stremnato/tuttologo Luca, la svanitissima e splendida Vero, Matte e la sua nuova barba (chelabarbasiaconte amico!!), a Piero (o Fitz Gorret, Pampiero, Richard Pier, alPiero ecc...) per concludere con la grandissima rivelazione del viaggio, l'uomo con la più grande flemma del mondo e le uscite che segano le gambe, Antonio, un uomo uno smile...Tutti voi ragazzi avete reso il viaggio indimenticabile!
Ringrazio Emilio e Erio, della dinastia degli Arbizzi, per il supporto morale, umano, spirituale, e per aver sempre buttato braci ardenti nel fuoco dei miei sogni di terre lontane. Grazie a Marco, il mio meccanico, che ha regolato la mia moto come un orologio di precisione, permettendomi di arrivare alla fine del mondo in tutta serenità, e che ha avuto la pazienza e la voglia di insegnarmi qualche trucchetto del mestiere per cavarmela se ne avessi avuto bisogno. Grazie anche a Paolo Palù che mi ha concesso di cannibalizzare qualche ricambio dalla sua moto ferma in officina, fortunatamente non sono serviti!!
Grazie ai Patagonici 2008-2009, che con le loro gesta mi hanno ispirato, e che mi hanno sopportato per mesi dandomi consigli e raccontandomi le loro storie. Special thanks a Claudio "Tommygun" per il prestito della pettorina, ad Ale4zon, Sirjo, ClaCla, Andreas69 e Pennanera per i mille post-reply.
Grazie a Matte, compagno di migliaia di chilometri e amico vero, per le ore passate a parlare di Patagonia davanti ad un piatto di penne all'ubriaca...vedrai che prima di quanto credi riuscirai anche tu a vivere questo sogno, la fortuna prima o poi gira!!
Un gigantesco GRAZIE a Vins, amico da una vita che, oltre ad aver dato il nome al blog, ne è fondamentale ispiratore...a te amico devo molto.
Grazie a tutti coloro che hanno seguito il blog e il nostro viaggio...non mi sarei mai aspettato che avremmo avuto così tanti tifosi...è stato spettacolare e molto gratificante leggere i vostri commenti e pensieri, ha fatto sentire a tutti noi la vostra presenza anche se eravamo dall'altra parte del mondo...
Un grazie ribadito e ripetuto per due  persone senza le quali tutto questo non sarebbe stato possibile: grazie ancora alla Simo e a Jessica per averci rimesso sull'aereo quando tutto sembrava perduto, senza il vostro coraggio non avremmo fatto tutto questo...grazie e ancora grazie, siete state grandi.
So che sicuramente dimentico qualcuno, non me ne vogliate...sono talmente tante le persone che mi hanno supportato (e sopportato) in questi mesi che è difficile essere abbastanza riconoscente con tutti...sappiate comunque che sono enormemente onorato di aver condiviso con voi l'inizio della parte avventurosa della "mia nuova vita con i peli sulla faccia"

Simone

giovedì 14 gennaio 2010

Il viaggio della speranza…

Nel momento in cui vi scrivo sono seduto con i miei concittadini (Luca, Vero, Simo(na), Jessica e Matte) in un bar dell’aeroporto di Madrid. Siamo in giro da lunedi mattina: da Ushuaia a Buenos Aires (dove abbiamo salutato Primiano che si ferma qualche giorno li), da Baires a Santiago (ballando come sul toule ondulèe della Ruta40...a Santiago abbiamo trascorso anche qualche ora da turisti riuscendo a passare almeno 15 volte dalla stessa piazza, colpiti dalla maledizione del teorema del quadrilatero di Porvenir, e bevendo un orrendo intruglio di vino e gelato chiamato "Terremoto" in un delizioso locale tipico), da Santiago a Madrid (volo splendido, abbiamo dormito 10 ore filate!!!) ed ora, dopo aver salutato con il magone Antonio e Piero, attendiamo di salpare alla volta di Bologna (nota integrativa delle ore 4.03...siamo arrivati a casa, dopo un ritardo alla partenza di oltre 2 ore!)


Teneteci d'occhio ancora per qualche giorno, mancano i saluti finali e un pò di foto…non vorrete lasciarci proprio ora eh!!

Non è ancora finita

Pur senza moto, ci aggrappiamo a questo viaggio con le unghie…stiamo troppo bene insieme e stiamo troppo bene fuori dal mondo per cedere alla tentazione di desiderare di rientrare nelle nostre vite quotidiane. C’è molto da camminare ma non tanto da raccontare di questa giornata: con un pullmino guidato da un local molto simile all’autista dello scuola bus dei simpson (e come lui ribattezzato Otto) ci rechiamo nel parco national Tierra del Fuego, lo stesso nel quale siamo entrati ieri per fare le foto a Bahia Lapataia, e dal pontile sul quale si trovano “l’ufficio postale” ed il suo pittoresco impiegato, imbocchiamo un lungo e panoramico sentiero che costeggia le baie del canale di Beagle (che prende il nome dalla nave sulla quale Darwin esplorò queste terre).

Tra foreste e spiagge di acqua verdissima, uccelli rapaci ed oche antartiche, abbiamo ancora la fortuna di poterci sentire su un altro pianeta…sappiamo che sono le ultime ore, ma cerchiamo in ogni modo di scacciare questo pensiero per non rovinare con la malinconia la luce calda che filtra dalle nuvole

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidUshuaiaGiorno2#

La fin del mundo

Quello che ci manca è un must: la foto a Bahia Lapataia, davanti al cartello che indica il termine della Ruta Panamericana N°3 dopo una corsa di 17.000 km dall’Alaska. Ci arriviamo molto presto, percorrendo una ventina di km di strada sterrata viscidissima a causa della pioggia (Teodoro, il padrone dell’ostello, ci informa che ad Ushuaia piove almeno 3 volte al giorno), ed immediatamente scattano decine e decine di foto con le moto, senza moto, con noi, senza di noi, testa in su, testa in giù, moto di profilo, davanti, dietro ecc…del resto arrivare qui non è da tutti i giorni, e dopo tanta strada, tanta fatica e qualche difficoltà, siamo tutti pieni di orgoglio e soddisfazione per aver compiuto alla grande la nostra missione. Siamo alla Fin del Mundo, più giù di qui non si va, la strada finisce. Da qui, solo barche ed aerei possono condurre l’uomo verso sud e verso l’Antartide…

C’è anche il tempo per commuoversi, ed è un momento molto toccante…
Trainiamo per l’ultima volta Antonio, e dopo una rapida deviazione per far timbrare il passaporto come ricordo in un minuscolo ufficio postale, voliamo al porto per caricare le moto nel container.
L’operazione questa volta richiede molto meno tempo (a Livorno abbiamo fatto una buona pratica) e con meno ansia rispetto a due mesi fa lavoriamo veloci e precisi.
Siamo nuovamente appiedati, degli umili pedoni, senza moto e senza il 90% dei bagagli, con ancora un giorno e mezzo da trascorrere nella città mas austral del mundo…

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidUshuaiaGiorno1#

Il teorema del quadrilatero di Porvenir

Il gallo canta prima del sorgere del sole sull’ostello El Conventillo, quest’oggi le nostre strade si dividono: la Simo e la Jessica, orfane del furgone restituito alla compagnia di noleggio con una ruota diversa e due porte che non si aprono più, viaggeranno verso Ushuaia passando lo Stretto di Magellano da nord, mentre noi attraverseremo da Punta Arenas a Porvenir. Tutti i bagagli, ricambi e pneumatici che prima alloggiavano sul furgone ora sono equamente suddivisi tra le nostre moto e il bagagliaio del pullman.

Dopo un paio d’ore di tranquilla navigazione (ed una telefonata alle ragazze che ci comunicano che il pullman è poco più di un guscio di noce) e due chiacchiere scambiate con una coppia di giovani sposi inglesi che stanno viaggiando per il sud america in sella ognuno alla propria moto, sbarchiamo all’imbarcadero di Porvenir. Dopo qualche giro in tondo per il paese (da qui il titolo del post) iniziamo subito lo sterrato, l’ultimo lungo tratto di strada sporca e polverosa del nostro viaggio; i primi chilometri sono un po’ ostici, con le moto così cariche si fa fatica a guidare (Piero ha addirittura la cassetta degli attrezzi, che pesa poco meno di 100 kg!). Costeggiando lo Stretto di Magellano ci rilassiamo man mano che la confidenza con l’avantreno così alleggerito dal carico in eccesso aumenta, ed abbiamo un po’ di tempo per gustarci la strada e la compagnia offertaci dalle mille insenature e baie che con il loro blu spezzano il beige della pampa.
Al solito, l’unica variazione al tema di questi infiniti chilometri è costituita dai cartelli che indicano qualche estancia, un paio di macchine che ci sorpassano accecandoci in una nuvola di polvere che ci costringe a rallentare fino quasi a fermarci, ed un incrocio di quattro strade nel mezzo del nulla.
Ci fermiamo a pranzare in un ristorantino 500 mt prima della frontiera cilena, giusto un panino per ammazzare la fame. Ca..ata!! Quando usciamo scorgiamo una fila lunghissima di pullman, camion ed auto in colonna per uscire dal Cile arrivati tutti adesso…la bella sorpresa è che trovo ad aspettarmi una saltellante Simo che con Jessica è arrivata mentre noi eravamo impegnati a dilaniare il pranzo.
Due ore dopo, sotto un cielo che nel frattempo si è fatto nero e butta secchiate di acqua a 5 minuti per volta, con i passaporti timbrati sgasiamo in direzione Argentina per anticipare qualche pullman con il suo carico di 50-60 persone. Fortunatamente qui ci sbrighiamo molto più in fretta e ripartiamo con le ruote che calpestano la provincia della Tierra del Fuego…
Come sempre, siamo “lunghi”…sono le 17 passate, e ad Ushuaia mancano oltre 300 km…ormai per noi l’arrivo all’ora in cui di solito si va a dormire è un must!!
Imboccata la Ruta 3, la mitica Panamericana che dall’Alaska scende fino alla Terra del Fuoco, posiamo per la prima volta gli occhi sull’Oceano Atlantico.
Ci fermiamo a Rio Grande, l’ultimo grosso centro prima di Ushuaia, per un caffè ed un po’ di cioccolata, una sigaretta ed una sgranchita alle gambe; siamo in movimento dalle 6 di questa mattina, ora sono le 19, ed alcuni di noi hanno bisogno di ritrovare un po’ di lucidità per non addormentarsi sulla moto…decidiamo all’unanimità di toglierci le tute anti pioggia perché il cielo si è schiarito e c’è il rischio che dalla sporcizia accumulata sulle nostre tute negli ultimi 15 giorni si sviluppino funghi e muffe aliene…
(Aggiungo una nota per una persona a me vicina: a Rio Grande c’è un cartello enorme con scritto “Rio Grande capitale internazionale della trota”, facci un pensiero per le tue prossime vacanze!!)
Ora devo chiedere personalmente scusa all’Argentina ed alle sue strade dritte a perdita d’occhio: nei giorni scorsi ho esaltato il Cile e la sua incredibile varietà di paesaggi, lasciando intuire chiaramente che guidare in Argentina mi aveva dato poca soddisfazione. In realtà, i 300 km di Ruta 3 percorsi oggi mi hanno fatto capire che gli scenari argentini non sono noiosi, sono io che mi sono approcciato a loro con l’atteggiamento sbagliato. In viaggio come nella vita ci sono momenti per l’adrenalina, per la corsa alle emozioni, per l’avventura, per correre qualche rischio, ma ci sono anche momenti in cui serve rilassarsi, riflettere, metabolizzare tutto quello che si è fatto e visto. Ho compreso che, dopo aver goduto come un matto sulla Carretera Austral ed al Parco Torres del Paine, mi sono trovato impreparato mentalmente ad affrontare centinaia di chilometri nei quali non c’era sforzo motociclistico e non c’erano paesaggi sempre nuovi da vedere e fotografare. Devo dire che raggiungere questa consapevolezza mi ha fatto sentire molto meglio, e mi ha fatto gustare molto la piattezza della strada odierna perché mi ha lasciato molto tempo per lavorare con la mente.
Gli ultimi 80 km (sotto la pioggia) prima di Ushuaia sono bellissimi, scorrono tra laghi, fiumiciattoli, il paso Garibaldi, e montagne sempre coperte di neve. Nonostante piova e le gomme tassellate, troviamo anche il modo di divertirci (senza esagerare però, cadere appena prima del traguardo sarebbe da Fantozzi!!).
Mentre cerchiamo di orientarci nel traffico cittadino a lato della strada scorgo un nanetto saltellante, che da vicino ed all’ultimo momento scopro essere la Simo. Mi butto a lato nel parcheggio (attirando le ire di un local che mi strombazza) con Piero e Matte, le ragazze ci raccontano che ci stanno aspettando da due ore al freddo (sono le 22) perché né all’ufficio informazioni, né alla stazione dei taxi, né sull’elenco degli hotel in città esiste l’hostal Mayi che è quello prenotato da Primiano…in realtà esiste (misteri…), e alla solita tarda ora, con il nostro solito fracasso e carico di bagagli, ci accoglie con un bel calduccio ed un minestrone che la fame rende buonissimo…
Domani mattina ci aspetta l’imbarco delle moto alle 10, ma abbiamo ancora una missione da compiere….

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidDaPuntaArenasAUshuaia#

giovedì 7 gennaio 2010

Infine, sullo Stretto di Magellano...

La notte l'abbiamo passata con la tenda spiaccicata sulla faccia perchè si è alzata la solita brezzolina, ma eravamo troppo cotti per farcene un cruccio. Partiamo di buon'ora perchè ieri sera a cena (in un bellissimo ristorante a buffet, prezzo fisso per mangiare fino alla morte) abbiamo deciso di saltare Puerto Natales ed arrivare direttamente a Punta Arenas (250 km più distante, quindi tappa da 410).
Messi in guardia Piero, Matteo e Primiano del vento incontrato ieri, ci inoltriamo nel parco. Mi dispiace perchè non sono uno scrittore, un romanziere o un poeta, e solo uno di loro potrebbe trovare il modo di raccontarvi e farvi capire la meraviglia di questo pezzo di Eden calato sulla terra...io posso solo fare del mio meglio con poche parole e qualche foto, ripetendovi all'infinito quello che vado dicendovi da quando abbiamo messo piede sull'isola di Chiloè...il Cile è un paese maestoso, incredibile, che ti riempie il cuore con i suoi colori abbaglianti e con la sua varietà sconcertante. Seppur confinanti, Cile ed Argentina non potrebbero essere più diversi...Torres del Paine, arrivando dalla pampa, ti colpisce come un Van Gogh appeso ad una parete color ocra, ti sconcerta. E girare lungo le sue strade massacrate dal toule ondulè e sferzate dal vento sfilando in processione davanti a gruppi di guanachi dall'aria impassibile è un'esperienza da sogno...
Girovaghiamo per il parco, il vento è forte ma lo gestiamo, dentro di noi siamo dispiaciuti per non poter dedicare più tempo alle foto. Alla Laguna del ghiacciaio Grey arriviamo con una passeggiata da 10 minuti, su una spiaggia immensa di sabbia e ghiaia nera. Qui, al contrario della strada, il vento fa paura!! Si fatica a stare in piedi, il lago fa onde di un metro sollevando spruzzi di acqua che pungono come spilli...sul bagnasciuga, al posto di conchiglie, rami e meduse come a Riccione, si arenano piccoli iceberg azzurrissimi (quelli più grandi si fermano a una decina di metri dalla riva a causa del fondale basso).
Visto che siamo come al solito in ritardo sulla tabella di marcia (sono le 16 e dobbiamo fare ancora più di 300 km di cui 100 di sterrato...) ripartiamo velocemente verso puerto natales (che supereremo in volata) e successivamente Punta Arenas.
Uscendo dal parco, sento che un capitolo importante di questo viaggio si sta chiudendo...lasciamo gli sterrati di montagna, lasciamo le cordigliere andine e le vette più belle del mondo, lasciamo le valli che fanno da letto ai ghiacciai che scendono dalla calotta glaciale dello Hielo Sur, lasciamo i condor volare senza avere i nostri obbiettivi puntati sulla pancia, lasciamo i guanachi liberi di brucare...da qui in avanti, solo asfalto, solo lunghi trasferimenti fino ad Ushuaia.
La lunga ed infinita strada che costeggiando il pacifico e lo stretto di magellano porta a Punta Arenas ci dà tempo per riflettere e per fare un pò i conti di quello che abbiamo vissuto, con un pò di malinconia tutti ci rendiamo conto che la fine si sta avvicinando anche se saremo insieme ancora per una intera settimana. C'è anche chi inizia già a pensare al lavoro che ci sta aspettando al varco...
Per distrarmi da questa malinconia che inevitabilmente aggredisce anche me, indosso cuffie ed i-pod e mi lascio andare alla strada...in fondo mancano ancora 600-700 km, qualche giorno, tante risate, tanti panorami mozzafiato, e la Fin del Mundo...abbiamo ancora qualche cartuccia da sparare, ma soprattuto il cuore gonfio di esperienze e ricordi, ed al nostro fianco amici di quelli veri.
Cos'altro potremmo desiderare? Io nulla, ho avuto tutto quello che sognavo e mi sento leggero...

Se vi va, fate una prova...fate partire questa canzone http://www.youtube.com/watch?v=0V7WItOr4O8 , chiudete gli occhi ed immaginatevi su una strada dritta a perdita d'occhio, in discesa. Ai vostri lati solo campi di erba verde e pecore che pascolano. Dritto, in fondo all'orizzonte, lo stretto di magellano. Immaginate di avere la visiera del casco aperta e l'aria fredda della sera che vi punge le guance. Ecco, se ci riuscite, vi sarete appena sentiti come mi sono sentito io oggi pomeriggio...libero, sereno, felice.

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidDalPNTorresDelPaineAPuntaArenas#

mercoledì 6 gennaio 2010

...giorni perfetti nati a caso e grandi uomini...

Oggi giornata libera al Paine. C'è chi decide di arrampicarsi su per sentieri per andare a vedere da vicino le maestose Torri del Paine  (che stanno proprio sopra al nostro rifugio) come la Simo, Jessica, Piero e Matte, e chi come me, Luca e la Vero ed Antonio decide di salire sulla moto per esplorare.
Parlo della nostra giornata, con la speranza che gli altri vogliano successivamente fare dei post per ampliare questo diario raccontanto la loro: come ci siamo ripetuti più volte con Luca durante il giorno, a volte i giorni perfetti nascono a caso, e ti saziano con la loro bellezza.
Liberi di scoprire il parco, decidiamo di dirigerci verso la Laguna Azul. Ovviamente qui è tutto sterrato, per cui il divertimento già inizia fuori di casa...Antonio ottiene in prestito la moto di Piero, giusto per non trainarlo ogni fermata, e finalmente tutti insieme godiamo della possibilità di andare a 30 all'ora e di poterci fermare quando vogliamo per fare foto. Qui tutto è incantevole, ogni scorcio è diverso e nuovo, ovunque ci sono animali che ci guardano senza spaventarsi al nostro passaggio. Ci fermiamo a contemplare cascate di fiumi verdi ghiaccio, attraversiamo una vallata invasa da centinaia e centinaia di guanachi che, non curandosi della nostra presenza, si inseguono, giocano, si accoppiano (!!), si rotolano nella polvere, brucano...rimaniamo in silenzio diversi minuti a guardare, divertiti dai loro versi simili a quelli di un'anatra.
La Laguna Azul, incassata in una valle verdissima, è splendida: il nome le rende pieno merito, perchè la sua acqua  è veramente azul come il cielo. Mentre scendiamo la ripida discesa che porta sulle sue rive, cavalli vengono radunati in un recinto da una donna, ed alcuni guanachi sembrano farsi beffe di loro, liberi come sono di correre. Ci fermiamo per 5 minuti di pace e contemplazione guardando le Torri in lontananza, seduti sulla minuscola spiaggetta, nei nostri occhi si legge felicità, serenità, gioia. Siamo qui, siamo soli, siamo liberi, siamo felici...peccato non ci sia la Simo con me, ci sono momenti che vanno vissuti insieme, e questo è uno di quelli.
Sono le 12 passate, decidiamo di rifare la strada al contrario e di proseguire oltre per pranzare sotto ai Cuernos del Paine, il momento clou della vacanza per Luca che desiderava vederli da mesi. Incontriamo nuovamente lagune, una più straordinaria dell'altra, e sempre il solito carosello di guanachi che  spuntano da ogni dove...il vento sta crescendo molto, guidare richiede ora maggiore attenzione. Ne soffre soprattutto Antonio, non per motivi "tecnici" ma perchè è alla guida della moto di Piero e avverte molta responsabilità.
Il pranzo (panini) lo consumiamo in un posto da cinema...ai piedi dei Cuernos, su un laghetto minuscolo, seduti al riparo del vento dietro una collinetta...impagabile!!
Si riparte dopo un paio d'ore buone...su una salita torturata dal toule ondulèe (qui la strada ne è piena, a causa dei pullmini di turisti che girano nel parco) veniamo superati da due motociclisti a bordo di due moto piccole e scassate, cariche di ogni cosa. Viaggiano più forte di noi e li perdiamo presto di vista. Mentre ci rendiamo conto della loro presenza, scolliniamo, e veniamo investiti da una tempesta di polvere, sabbia, sassi e ghiaia sollevata da una raffica poderosa di vento che ci coglie di sorpresa!! Mai visto i sassi volare!! Teniamo in piedi le moto a fatica e ci fermiamo un momento, stupiti e divertiti dalla forza con cui soffia. Tanto per spiegare...saltando a braccia aperte in verticale, riatterravo un metro più indietro, e potevo stare "appoggiato" sbilanciandomi in avanti di almeno 35-40 gradi!! Un vento mai visto...
Decidiamo di proseguire cautamente, sempre in prima ed in seconda, ma dopo alcuni chilometri dobbiamo rinunciare, troppo rischioso. Fatto dietro front, incontriamo i due motociclisti: uno di loro è caduto, lo sta aiutando un automobilista a rialzarsi. Ci fermiamo tutti per controllare che stia bene quando, seppur fermo, seppur con entrambe le mani sul manubrio ed i piedi ben piantati a terra, due terribili sferzate del vento mi scaraventano a terra in un secondo. Incredibile!! Non ho potuto farci nulla! Appena sgattaiolato da sotto la moto, vedo Antonio che sta facendo la mia stessa fine e corro ad aiutarlo, Luca non se la passa meglio ma resiste. Risollevata la mia moto scambiamo 4 chiacchiere con gli altri 2, e scopriamo che uno di loro è canadese, ha attraversato da nord a sud le americhe e ora sta andando a Buenos Aires per andare in Africa via nave. Un mito!! Visto che dormono nel nostro camping decidiamo di vederci più tardi...
Piano piano, cercando di fare molta attenzione, rientriamo alla base dove troviamo i nostri amici appena tornati dal trekking (a loro dire meraviglioso!)
A causa di un casino da parte della organizzazione del rifugio ci tocca lasciare le nostre stanze e dormire in tenda, proprio a fianco dei 2 motociclisti. Bastano 10 minuti di chiacchiere con loro, personaggi meravigliosi, per cominciare a sognare viaggi intorno al mondo in sella alle nostre moto...chissà, un giorno forse...
Andiamo a letto con negli occhi e sulla pelle questa terra incredibile, con le sue meraviglie e le sue sfide. Meraviglioso Cile...

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidOneDayInTorresDelPaine#

I sogni li porta il vento...

Devo dire una cosa: a parole siamo bravissimi, ma nella realtà non siamo molto puntuali!! La ripartenza da El Calafate con destinazione Parco Nacional Torres del Paine è fissata per le 9.00 perchè dobbiamo ancora trovare un pneumatico di scorta per il furgone (che non troveremo..), visto che il danno subito sulla Ruta 40 è irreparabile. Purtroppo l'ultimo tentativo di riparare la moto di Antonio ci ruba più tempo del previsto e alla fine Luca e Matteo desistono verso le 10, e si parte alle 11 avviando come al solito a traino.
La strada che ci aspetta è, come ogni giorno qui in Argentina, infinitamente dritta e infinitamente circondata dalla pampa e dai suoi colori aridi. Unica variazione al tema, ogni tanto, qualche cancello di legno sul bordo strada che indica la presenza di una estancia persa nel nulla a chissà quanti chilometri di distanza.
 Oggi il vento soffia piuttosto forte, tanto da costringerci ad avanzare tutti inclinati, ma visto che siamo su asfalto riusciamo a gestire facilmente la situazione.
Dopo un centinaio di chilometri di navigazione di bolina raggiungiamo un bivio (uno dei pochissimi, sbagliare strada in questa parte di Argentina è veramente da poveretti!): dritto, si prosegue per asfalto con un percorso più lungo di 80 km, a sinistra c'è il tracciato della vecchia Ruta 40 ormai in disuso, più breve e soprattutto sterrato. Sono 5 giorni che le nostre moto non calpestano un pò di strada "brutta", la voglia è tanta (anche perchè l'asfalto ci sta annoiando parecchio) ma alla fine prevale la ragione...c'è molto vento, già è disagevole guidare su asfalto, su sterrato sarebbe rischioso, e soprattuto il furgone non ha ancora una ruota di scorta. Forare sarebbe un  gran problema...quindi, controvoglia, ma si tira dritto...
Come sempre capita, dopo aver cercato per mari e per monti, il pneumatico lo troviamo in una gomeria scassata in un luogo che già dal nome è un programma...La Esperanza! 30 euro per una gomma che ha fatto la prima guerra mondiale, ma ci accontentiamo...
Il passo di Cancha Carrera è la frontiera con il Cile, di qui passano tutti i turisti che dal sud vanno al Paine, ed infatti troviamo un paio di pullman che ci fanno perdere parecchio tempo con il loro carico di americani dell'università di Stanford.
Il massiccio del Paine, capolavoro di madre natura, non è troppo grande, ma toglie il fiato...staccato dalle Ande, si eleva dall'altopiano che lo circonda per 3000 metri. In pochi chilometri quadrati, alcune tra le vette più particolari del pianeta svettano facendo a gara per attrarre la nostra meraviglia. I Cuernos, a strisce bianche e nere, e le 3 Torri, cilindri perfetti, sono una vera visione, per molti di noi lungamente sognata. Per cappello indossano nuvole nere, ornate dei pochi raggi di sole che riescono a filtrarle. Per vestito, un lago blu cobalto...
Ci arrampichiamo sferzati dal vento (e su sterrato arranchiamo proprio..) ma sempre con gli occhi pieni di questo affresco, circondati dalla natura nel pieno della sua potenza.
Finalmente montagne, finalmente laghi, finalmente fiumi, finalmente...Cile....

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidDaElCalafateAlPNTorresDelPaine#

lunedì 4 gennaio 2010

Foto!!

Seppur con grande ritardo, ho aggiornato tutti i post precedenti con le foto...buona visione!

Finalmente riposo vero...

Oggi finalmente ci prendiamo un giorno intero di vero relax...prenotiamo un giro in barca sul lago argentino per vedere i ghiacciai Perito Moreno, Spegazzini ed Uppsala.
C'è poco da raccontare, lascio la parola alle foto...

http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidOneDayAElCalafate#

domenica 3 gennaio 2010

Un'immensa granita al puffo

L'ultima notte trascorsa ad Chalten, nonostante la grande stanchezza di tutti per il trekking alla Laguna Torre (24 km di cammino tranne che per me e la Simo che ci siamo fermati a 20), è stata di poco riposo per tutti. Il maltempo della sera si è trasformato in una violenta tempesta di vento che con il suo ululato ci ha tenuti svegli per ore.
Al suono della sveglia il vento è ancora tremendo, soffia fortissimo e a questa violenza somma raffiche  ancora più feroci. Ci guardiamo in viso chiedendoci come faremo ad affrontare i 220 km (per fortuna tutti asfaltati) che ci separano da El Calafate.
Fortunatamente alle 9.30 il vento cala un pò, lasciando in dote un cielo azzurro e sgombro di nuvole, non prima però di aver attentato ad una tibia della Simo che è rimasta in mezzo ad una portiere del furgone chiusasi per una folata (niente di serio mamma Edies, solo una botta che ora fa già meno male!).
La strada che ci attende dovrebbe essere monotona, tutta dritta e dal fondo perfetto. Ci pensa però il vento a darci qualcosa di cui preoccuparci: ricomincia a soffiare forte, anche se non forte come la notte prima, costringendoci a viaggiare con le moto inclinate per contrastarlo e facendoci avanzare come marinai sulla terra ferma.
Dopo una brevissima sosta alla Estancia La Leona, mitico luogo di ristoro sulla Ruta 40  riprendiamo a viaggiare "di bolina" nel solito scenario tipico della Ruta: distese di cespugli alti mezzo metro a perdita d'occhio, montagne aride, nessun albero in vista, canyon, gole, ecc...i colori che dominano lo sguardo a 360 sono il marrone ed il giallo, rotti solo dal grigio dell'asfalto.
In questo infinito plateau brullo e desolato si incastona come una pietra preziosa il Lago Argentino, che si apre alla nostra vista in lontananza: una macchia turchese (qualcuno ricorda l'azzurro dei pennarelli  Carioca, suggerisce la Simo?) lunga decine e decine di chilometri, punteggiata da qualche raro iceberg che va alla deriva sospinto dal vento. E' allucinante la visione...siamo nella pampa più arida, eppure davanti a noi galleggiano gli iceberg...prodigi e misteri della Patagonia...
Costeggiamo il lago per chilometri e chilometri, abbagliati dal blu intenso che contrasta il colore della terra, ed entriamo in parata ad El Calafate, vera e propria città (l'unica di queste dimensioni nel raggio di centinaia di chilometri) con tanto di aeroporto e casinò.
Ci sistemiamo in albergo, svuotiamo il furgone di tutto e saliamo su (sempre stile carro bestiame) per andare a vedere il celebre ghiacciaio Perito Moreno, a 80 km dalla città.
Vi posso garantire che, seppure questo ghiacciaio ognuno di noi lo abbia visto decine di volte in documentari, telegiornali ecc...niente vi può preparare all'impatto che si ha arrivando alla piazzola che lo sovrasta. E' un colosso lungo chilometri e chilometri, largo 4 o 5, che scende dai monti che lo dividono dalla calotta glaciale dello Hielo Sur. La sua superficie per qualche motivo a me sconosciuto è interamente ricoperta da un labirinto di crepacci e seracchi dai colori che vanno dal bianco, al blu cobalto, al blu intenso del ghiaccio più antico che si trova alla base...
Lo spettacolo è mozzafiato, la sua massa pare schiacciare le persone ed incute rispetto...saltelliamo da un mirador all'altro per cercare l'angolo migliore dal quale fotografarlo, ma è talmente "tanto" che non si sa da che parte prenderlo...rimaniamo quindi per un paio d'ore a rimirare i continui piccoli crolli di ghiaccio, che si abbattono con un rumore assordante nelle acque sottostanti, ed abbiamo anche la fortuna di assistere e fotografare al crollo di un blocco immenso annunciato dal nostro profeta Matteo.
Sulla lunga strada del ritorno ho il tempo di riflettere tra me e me su tutto quello che abbiamo visto e provato in questi primi 12 giorni di viaggio, e mi rendo conto che sono troppe le immagini, le emozioni, i paesaggi, le risate, i momenti di complicità e condivisione, per poter stabilire con certezza quale cosa mi ha colpito di più.
Penso che mi servirà tempo per elaborare tutta questa meraviglia e per realizzare quello che stiamo facendo...per ora appare ancora tutto come un sogno...

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidDaElChaltenAElCalafate#

Desculpe

Devo fare pubblica ammenda per aver trascurato nei miei racconti una componente fondamentale del nostro viaggio, una componente senza la quale non sarei (saremmo) qui ora ad El Calafate a scrivere sul mio pc...parlo dello squadrone volante che guida il nostro Hyunday H1 di appoggio, parlo della Simo e della Jessica.
Queste due ragazze, saltate a bordo decidendo in due ore (vedi post "il lunedi nero"), messe su un furgone da 5 metri e mezzo pieno di quintali di bagagli  e ricambi, si stanno facendo grande onore e stanno tenendo alla grande il passo anche di noi motociclisti! Sono 10 giorni che si sobbarcano la maggior parte del lavoro di carico-scarico-riordino del caos che regna nel furgone, che viaggiano su strade che smontano le ossa e le rimontano in ordine sparso, che scattano migliaia di foto togliendoci anche quel pensiero (per noi in moto è spesso una seccatura fermarci, toglierci i guanti, trovare la macchina fotografica, rimetterla via, rimettere i guanti) ed immortalandoci in azione.
A loro è toccato a volte anche il compitoe di attaccarsi al telefono per prenotare gli hotel per dormire, a loro è toccato sostituire da sole una gomma tranciata di netto sulla Ruta 40 nel mezzo del nulla, alla Simo è affidato il compito di gestire tutti i conti della cassa comune, a loro sono toccate tante cose che sicuramente ora dimentico.
Mi è difficile raccontarvi delle loro esperienze come faccio per le mie perchè non le vivo in prima persona, chiuso nella cabina dell'H1 a saltare sulle buche e sul toule ondulèe, per cui prometto che insisterò con Simo e Jessica affinchè scrivano loro stesse un capitolo per farvi vivere anche la prospettiva femminile a 4 ruote di questa straordinaria avventura che stiamo vivendo.
Ci tengo a scusarmi di nuovo con loro per non aver parlato a voi che ci leggete da 13.000 km di distanza della loro forza e del loro coraggio.

sabato 2 gennaio 2010

Chalten - montagna che fuma

In non so quale lingua, Chalten significa “montagna che fuma”. Chalten è il secondo nome del Fitz Roy che questa mattina si è mostrato per pochi minuti, giusto il tempo di qualche foto, per poi ritornare a nascondersi nel proprio fumo (le nuvole che lo ricoprono per la maggior parte del tempo).

Oggi ci siamo imposti di partire presto per affrontare il lungo sentiero (18 km) che porta alla Laguna Torre, ai piedi del ghiacciaio del Cerro Torre.
Il sentiero è molto bello, sale e scende tra boschi e gole. La cosa straordinaria delle foreste viste in questo viaggio è che mostrano a noi, ospiti in questa terra, il loro lato selvaggio. Se da noi i boschi sono tutti curati ed ordinati, il sottobosco ripulito, qui regna il caos: tronchi morti e contorti si intrecciano tra loro, appoggiati come fantasmi che vagano in un campo di battaglia. In mezzo, cresce folta e rigogliosa la vegetazione…
Purtroppo anche il Torre come il Fitz Roy è seppellito di nuvole, e non si mostrerà per tutto il giorno. Decidiamo comunque di andare alla laguna, nella quale piccoli iceberg si arenano spinti dal vento.
Io e la Simo siamo cotti, decidiamo di tornare in paese. Gli altri affrontano la tirolese sul torrente (attraversamento con la carrucola) e proseguono fino alle pendici del ghiacciaio riuscendo ad assistere al crollo di un seracco!
Vi scrivo ora al calduccio della nostra cabanas, mentre fuori infuria una tempesta di vento e pioggia in pieno stile patagonico…tanto male in fondo non ci sta andando!
Vi chiedo scusa per il silenzio di questi giorni, ma in questa parte di mondo linea telefonica e internet sono ancora concetti abbastanza vaghi.
Per voi che siete a casa state tranquilli, stiamo tutti bene e siamo tutti felici, oltre a divertirci un sacco.
Ho letto ora tutti i vostri commenti, ci riempite di gioia...continuate cosi per favore!!
Buon anno in ritardo, vado a mangiarmi un bife de chorizo al Patagonicus ;-)
Appena posso carico anche le foto, abbiate pazienza ma e' un processo lungo con questa linea internet...
Besos a todos!!

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidSeconoGiornoAElChalten#

FricchettoneLandia

El Chalten, una delle capitali mondiali dell’alpinismo, è un caotico assembramento di case, negozietti ed hotel ai piedi di due delle montagne più famose al mondo: il Fitz Roy ed il Cerro Torre, torri di granito che svettano fino ai 3000 e 3500 metri.

El Chalten ha una storia recentissima visto che è nata a metà degli anni ‘80 come base per gli scalatori: le sue strade, metà asfaltate e metà sterrate, sono punteggiate di casette prefabbricate (che spesso hanno una roulotte dipinta di tutti i colori sul retro), macchine scassate e demolite risalenti a chissà quale epoca, cani che vagano alla ricerca di un polpaccio da assaggiare, furgoncini Volkswagen di tutte le forme ed i colori usciti direttamente dal 1968.
Ovunque si incontrano scalatori, escursionisti, turisti, con zaini enormi sulle spalle; tutto sa di alpinismo…
La mattina ce la prendiamo comoda, un po’ perché ci siamo fatti veramente “un mazzo tanto” negli ultimi tre giorni (1200 km di cui 1000 di sterrato…), un po’ perché siamo sempre lunghi nelle nostre cose, un po’ perché ci mettiamo sempre un sacco di tempo a partire.
Purtroppo le nuvole ci tengono nascosti sia il Fitz Roy che il Torre, ma decidiamo comunque di andare a fare una camminata al mirador del primo, senza riuscire a vederlo. Dal mirador comunque riusciamo ad osservare lo straordinario ghiacciaio Piedra Blanca.
Al ritorno in paese ci concediamo il lusso (visto che da quando siamo partiti da Concepcion abbiamo tirato parecchio) di un’ora intera seduti all’aperto a bere birra e mangiare ottime empanadas, prima di andare a cena.
Il “cenone di capodanno” al Patagonicus (un localino molto carino gestito dal figlio di Cesarino Fava, mito dell’alpinismo italiano degli anni ‘50 e ‘60 e membro delle prime spedizioni su queste montagne) è forse quello più economico della nostra vita, anche se a base di carne, vino e dolci fino a scoppiare…
Arriviamo a stento a mezzanotte per il brindisi, poi di corsa a letto…

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidPrimoGiornoAElChalten#

La natura ci lascia passare

Sono sempre troppo poche le ore che riusciamo a dedicare al sonno in questi giorni…anche stanotte, dopo aver fatto tardi ieri sera, non sono più di cinque le ore di riposo. Ma non possiamo assolutamente concederci tregua, perché oggi è il giorno che si prevede più terribile per noi e per le moto: 470 km di Ruta 40 di cui 350 sterrati, ci dividono da El Chalten, nostra prossima meta.

La Ruta sarebbe innocua, se non ci fossero due elementi di disturbo: il tremendo vento patagonico che soffia da ovest e che a queste latitudini non viene più contrastato dalle Ande, ed i cordoli di ghiaia alti a volte 10-15 cm che si formano ai lati dei solchi lasciati dagli pneumatici di auto e camion.
Riusciamo come al solito a partire tardissimo, nonostante i buoni propositi e la sveglia alle 7.30, perché arrivando così tardi la sera abbiamo sempre un sacco di cose da fare…stamattina Luca e Matteo devono controllare che la riparazione alla moto di Piero stia tenendo e che non cali troppo il livello dell’olio, c’è sempre la moto di Antonio da trainare, c’è da fare benzina…morale partiamo alle 10.30 in due gruppi separati. Le ragazze le convinciamo ad andare a visitare la Cueva de las Manos, spiegando loro che tanto noi sulla Ruta non riusciremo a fare più dei 30-40 all’ora e che ci avrebbero raggiunte sicuramente(convinti di questo anche dai 4 turchi incontrati 2 giorni fa che ci avevano raccontato la loro epopea e le loro cadute in questo tratto).
Per il momento il vento non c’è, ma lo attendiamo…il fondo è bastardo, ma senza vento si gestisce. Basta scegliere una delle 4-5 tracce di pneumatici e abbandonarla il meno possibile, perché farlo vuol dire dover attraversare una striscia di ghiaia profonda da 5 a 15 cm che fa sbandare la moto paurosamente per decine di metri.
Di guardare il paesaggio non se ne parla, visto che la concentrazione necessaria per tenere le ruote in 20 cm di solco a 70-80m all’ora è molto elevata. Basta sollevare gli occhi per due secondi per trovarsi con la moto che sbanda imbizzarrita sotto il sedere…
Man mano che passano le ore, e che guidiamo nel nulla più completo (mai vista una desolazione così per centinaia di chilometri), cominciamo a nutrire la speranza che il vento non si faccia vivo. Dentro di noi preghiamo che la natura e la fortuna, dopo averci torturati con ritardi vari, piogge torrenziali, rotture di moto nel mezzo del nulla, ci concedano un lasciapassare valido per oggi.
Le ore scorrono monotone, dopo 2 ore di pampa che non muta mai la noia prende il sopravvento, ci fermiamo poco per fare soste perché abbiamo paura di prendercela comoda e che si alzi il vento. Rabbocchiamo benzina alle moto di Piero e Primiano (che si portava la tanica sul portapacchi) sotto ad un cartello che dice “qui c’è linea telefonica” (bugia…)…
In tutto questo, Antonio continua a non poter spegnere la moto. Per questo le sue soste sono sempre molto brevi rispetto alle nostre…
Soprattutto nell’ultimo tratto di strada sterrata ci giochiamo molti jolly, perché la ghiaia diventa ancora più fonda, perché sono circa 300 km che fissiamo dieci metri davanti alla nostra ruota anteriore, perché di quei 300 più della metà li abbiamo guidati in piedi (l’unico modo per rendere guidabili bestioni da 250 kg come i nostri).
La nostra ansia termina a Tres Lagos, in una stazione di servizio che si trova giusto al termine della strada sterrata, dalla quale partono gli ultimi 129 km di asfalto.
La stanchezza e la strada infinitamente dritta che collega Tres Lagos ad El Chalten sono spezzate dal Lago Viedma e dall’omonimo ghiacciaio che si tuffa nelle sue acque, e dalla speranza che il sipario di nuvole che copre i profii del Fitz Roy e del Cerro Torre di fronte a noi si apra. Se così fosse, potremmo scattare la foto della vita…
Il gruppo su questo infinito rettilineo si sgrana, finchè non accosto a bordo strada per aspettare Piero, Luca e Matteo. Per 5 minuti rimango solo, su questa strada infinitamente dritta davanti e dietro a me, e ne approfitto per suggellare il momento con una sigaretta. Quando tolgo il casco rimango assordato dal totale ed immobile silenzio che mi avvolge…nessun rumore, nemmeno un alito di vento, nulla…è la prima volta nella mia vita che vivo un’esperienza di questo tipo. E’ come se fossi sordo, e penso a quando una settimana fa nel cuore delle miniere di carbone a Lota ci hanno fatto provare l’esperienza del buio totale spegnendo le luci nei tunnel.
La magia viene interrotta dal suono dello scarico della moto di Luca che guida il gruppo che attendevo…si attardano perché controllano spesso il livello di Piero, visto che ora il copri valvole sputazza olio a tutto spiano.
Ci fermiamo 10 minuti ancora, il tempo di qualche foto, di far provare loro il silenzio totale. Entriamo ad El Chalten dopo poco e ci accomodiamo in 2 casette molto carine e soprattutto calde.
Non ci resta che attendere le ragazze, che ci fanno preoccupare perché alle 21.30 (noi siamo arrivati alle 20) ancora non si vedono…il loro ingresso in paese, alle 22, è salutato da un sospiro di sollievo e da baci ed abbracci.
La Ruta 40 ci ha lasciati passare, ora possiamo rilassarci un paio di giorni…

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidDaBajoCaracolesAElChalten#

Una giornata infinita…

Nasce presto (per i nostri ritmi…) la mattina a Rio Tranquillo. Il vento ha soffiato forte questa notte, portando qualche benedetto sprazzo di sole.

La prima cosa da fare è decidere come organizzare la giornata: abbiamo un sacco di carne al fuoco, e dobbiamo cercare di trovare un punto di incontro che soddisfi tutti. Alcuni di noi vogliono vedere le Capillas de Marmol qui sul lago General Carrera, altri vorrebbero partire subito per riuscire a vedere entro sera La Cueva de las Manos; in mezzo a queste due famose attrazioni ci sono però 350 km di strada interamente sterrata e la frontiera con l’Argentina. Capiamo subito che fare tutto non è possibile, per cui con grande dispiacere soprattutto della Simo si decide di vedere le Capillas de Marmol e partire per Bajo Caracoles saltando la Cueva.
Il giro sul lago, oggi che splende il sole, merita davvero…l’acqua è di un colore pazzesco, a volte turchese, a volte blu, a volte grigia quando una nuvola oscura il sole. A far da corona alle sponde del lago montagne con le cime sporche di neve.
Le formazioni rocciose sono davvero uniche e spettacolari, un mistero come le pareti siano erose in questo modo…quando il barcaiolo si spinge un po’ all’interno delle grotte, il bianco del marmo fa risaltare il colore dell’acqua che pare davvero colorata di azzurro (avete presente il colluttorio? Ecco, quel colore…).
Dopo un’ora e mezza circa rientriamo al molo, facciamo colazione, e arriva il primo contrattempo: la moto di Antonio non ne vuol sapere di partire. Già un paio di giorni prima a Puerto Puyuhuapi aveva sbagliato un paio di avviamenti, ma sembrava tutto risolto. Oggi invece non c’è verso, muta…visto che a spinta una moto da 230kg e 1200cc di cilindrata non si accende, leghiamo una corda a quella di Piero e a traino, dopo un paio di tentativi, parte. Ovviamente d’ora in avanti nelle soste Antonio non potrà spegnerla per non dover ripetere l’operazione.
Si parte (e sono ormai le 11...), e subito ci fermiamo per due minuti...nella mia moto ha ceduto un paraolio della forcella e tamponiamo la fuoriuscita con un calzino. La strada che percorriamo costeggia tutto il lago, ed è veramente difficile concentrarsi alla guida con un simile spettacolo accanto. Avendo il tempo, praticamente dietro ogni curva bisognerebbe fermarsi per scattare foto, oppure sedersi in terra ad ammirare il paesaggio in silenzio (se non fosse che la moto di Antonio sempre accesa rovina un po’ il cinguettio degli uccellini!!).
Non appena lasciamo le sponde del lago ci addentriamo nella valle del Rio Baker, che lascia tutti senza parole…un profondo canyon di pietra rossa fa da sponda ad un fiume turchese che acceca! Mai vista una cosa simile…
Procediamo sciolti, anche perché dopo 10 giorni insieme cominciamo ad essere un po’ più efficienti nel gestire velocità e soste. Ci dirigiamo ad est verso il Passo Rodolfo Roballos, guidando sempre tra canyon e praterie ci sentiamo come se fossimo a 2000 mt di quota anche se in realtà il passo è meno di 700.
Qui facciamo il primo incontro con i guanachi in libertà: ne avvistiamo prima un gruppetto di 4-5 esemplari, poi altri ed altri ancora…sono tantissimi, vagano liberi e se ne fregano di 6 moto ed un furgone che vanno a 60 all’ora. Attraversano la strada da dietro i cespugli senza paura alcuna…capiamo quindi che bisogna stare veramente all’occhio per non fare polpette misto guanaco/bmw. Addirittura assistiamo in diretta alla nascita di un piccolo sul ciglio della strada e ai suoi primi, incertissimi passi!! Roba da mettersi a piangere!
Poco prima della frontiera (20 km circa), quando ero ultimo del gruppo, sbuco da una curva e trovo gli altri fermi con le frecce accese: poco più avanti c’è la moto di Piero appoggiata in terra su un ponticello di legno che viene rialzata.
Ovviamente, pur vedendo Piero in piedi, la mia prima reazione è stata di spavento, ma dopo 10 secondi mi avvicino e lo sento imprecare tutti i santi del paradiso piemontese, e capisco che lui sta perfettamente bene e che la caduta è stata sciocca.
Tempo 2 minuti e la moto è già sdraiata sul ciglio della strada con Luca e Matteo addosso come medici del pronto soccorso…il danno è abbastanza serio ma riparabile: cadendo sul lato sinistro si è danneggiato il coperchio copri valvole che ha una sottile crepa che sputa olio. La riparazione viene fatta con una specie di stucco che però richiede tempo per seccarsi.
Ci organizziamo quindi per sfruttare al meglio il tempo: facciamo uno spuntino, fumiamo qualche sigaretta, Primiano prende il sole, io bagno i piedi nel torrente che scorre sotto il ponticello. Cosa importante, scarichiamo il furgone di ricambi e pneumatici mettendoli sulle moto nel timore che, come successo l’anno scorso ad altri gruppi di motociclisti, i doganieri argentini facciano storie e non li facciano passare.
Tra una presa in giro a Piero che accetta l’onta di essere il primo a mettere la moto in terra, e un’infinità di risate, trascorriamo quasi tre ore avvistando una sola macchina. Antonio dopo pochi minuti, visto che tutto era a posto, è ripartito verso la frontiera per non far surriscaldare la moto.
Ci rimettiamo in marcia carichi come somari, ed in un altro paio d’ore riusciamo a passare le frontiere cilena ed argentina, che a dire il vero non ci controlla nulla, e a riaccendere sempre a traino la moto di Antonio sotto gli occhi divertiti dei doganieri di entrambi i paesi.
Quando ripartiamo dalla frontiera argentina sono quasi le 21, e nel frattempo ha ceduto il secondo paraolio della mia moto, stavolta temponato con un paio di mutande...abbiamo ancora 170 km di sterrato per arrivare a Bajo Caracoles e nessun paesino in mezzo. Dobbiamo andare e basta, forti del fatto che qui la luce dura almeno fino alle 23.
La strada che scende dal passo è incredibile, seppur difficile: c’è molto toule-ondulèe (quelle infinite ondine che si formano sul terreno e che fanno saltare le otturazioni dei denti) e mucchi di ghiaia che fanno sbandare moto pesanti come le nostre.
Sappiamo che prima di mezzanotte non arriveremo, sappiamo che dovremo guidare con il buio, sappiamo che la strada è difficile. Ma siamo in un ambiente talmente spettacolare che a tutto questo non riusciamo a pensare…qui sembra di essere in Arizona, altipiani e canyon rosso fuoco cingono pascoli dove corrono cavalli allo stato brado…il sole al tramonto incendia tutto, e guidare diventa ancora più complicato…
Quando cala la notte siamo ormai tutti un po’ cotti, ma l’adrenalina ci tiene svegli e concentrati, la consapevolezza che stiamo vivendo un’avventura ci fa parlare tutti eccitati quando ci fermiamo per un attimo di riposo. Continuiamo a dirci che “scendere dal Paso Roballos di notte è per pochi, per tutto il resto c’è Mastercard”…
Ed infatti vedere la colonna di luci delle moto e del nostro mitico furgone nel buio assoluto è piuttosto emozionante 
Quando arriviamo a Bajo Caracoles è mezzanotte passata: la città è veramente un posto di frontiera. Non c’è nulla se non alcune case, una scalcinata pompa di benzina ed un hotel pulcioso. Tanto per spiegare…qui la corrente elettrica viene erogata per mezzo di un immenso generatore elettrico a carburante…
Solo perché affamati da morire andiamo a letto con in pancia una discutibile “milanesa” che dovrebbe essere una cotoletta ma che ha le sembianze di una suola di scarpa fritta dodici volte. Ma si sa, la fame fa miracoli…
Domani ci attende la tappa più pesante e pericolosa…i 470 km di sterrato spazzato dal vento della Ruta 40...

Qui le foto:
http://picasaweb.google.it/simonevallieri/PatagoniaRaidDaRioTranquilloABajoCaracoles#